E comunque Non serve non voto




Mag 02

La diffusione di lavori quali “Le vite degli altri”, “Katyn” e “Libertà, amore” potrebbe contribuire in modo significativo ad accrescere la conoscenza e la comprensione della tremenda ferita che il comunismo ha inferto all’Europa.
I fatti di Praga, di Budapest, di Varsavia, di Berlino Est, di Bucarest, di Vilnius o di Lubiana rappresentano a tutti gli effetti pagine della nostra storia. Anche se non ne siamo ancora forse sufficientemente consapevoli.
“Le vite degli altri”, Berlino Est, 1984. Il capitano Gerd Wiesler è un abile e inflessibile agente della Stasi, la polizia di stato che spia e controlla la vita dei cittadini della DDR. Un idealista votato alla causa comunista, servita con diligente scrupolo. Dopo aver assistito alla pièce teatrale di Georg Dreyman, un noto drammaturgo dell’Est che si attiene alle linee del partito, gli viene ordinato di sorvegliarlo. Il ministro della cultura Bruno Hempf si è invaghito della compagna di Dreyman, l’attrice Christa-Maria Sieland, e vorrebbe trovare prove a carico dell’artista per avere campo libero. Ma l’intercettazione sortirà l’esito opposto, Wiesler entrerà nelle loro vite non per denunciarle ma per diventarne complice discreto. La trasformazione e la sensibilità dello scrittore lo toccheranno profondamente fino ad abiurare una fede incompatibile con l’amore, l’umanità e la compassione.
All’epoca dei fatti, quando le Germanie erano due e un muro lungo 46 km attraversava le strade e il cuore dei tedeschi, il regista Florian Henckel von Donnersmarck era poco più che un bambino. Per questa ragione ha riempito il suo film dei dettagli che colpirono il fanciullo che era allora. L’incoscienza e la paura diffuse nella sua preziosa opera prima sono quelle di un’infanzia dotata di un eccellente spirito di osservazione. La riflessione e l’interesse per il comportamento della popolazione, degli artisti e degli intellettuali nei confronti del regime comunista appartengono invece a uno sguardo adulto e documentato sulla materia. Ricordi personali e documenti raccolti rievocano sullo schermo gli ultimi anni di un sistema che finirà per implodere e abbattere il Muro.
La stretta sorveglianza, le perquisizioni, gli interrogatori, la prigionia, la limitazione di ogni forma di espressione e l’impossibilità di essere o pensarsi felici sono problemi troppo grandi per un bambino. Le vite degli altri ha così il filo conduttore ideale nel personaggio dell’agente della Stasi, nascosto in uno scantinato a pochi isolati dall’appartamento della coppia protagonista. Il “metodo” della sorveglianza diventa per lui fonte di disinganno e di sofferenza, perchè lo costringe a entrare nella vita degli altri, che si ingegnano per conservarsi vivi o per andare fino in fondo con le loro idee.
Il film continua a porre e porsi interrogativi su quale debba essere la posizione di un intellettuale all’interno di un regime oppressivo. Se debba scappare, opporsi alla dittatura anche a rischio dell’arresto o della vita, oppure convivere con il sistema, tollerato da esso, per inserire nel proprio lavoro degli elementi di critica che possano cambiare le cose, anche solo di qualche spanna.
Il film non fornisce soluzioni. Dà solo una risposta minima, provvisoria, ancora una volta brechtiana: beato il Paese che non ha bisogno di eroi. A una persona non può essere richiesta la forza di resistere alle minacce, alle torture psicologiche, al ricatto morale. Come nel “Processo” di Kafka, quello descritto dal film è un sistema in cui il colpevole è già colpevole, si tratta solo di decidere di cosa. La disumanità del sistema politico della RDT emerge con un impatto comunicativo enorme. Viene messa di fronte allo spettatore senza eccessi drammatici, senza nessuna forzatura, ma con un piano realismo che rende magnetica la capacità di attrazione dello sguardo.

fonte: bottomline.ilcannocchiale.it » Vai al post originale





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