Visualizza
Elba, estate 2010 in una mappa di dimensioni maggiori
Riferimenti: “L’isola d’Elba” su Wikipedia,
“Napoleone” su Wikipedia, “Il monte Calamita”
su Wikipedia, “La villa di San Martino” su Wikipedia, “Musei dell’isola d’Elba”, “Cruising Club
Svizzero”
Ci eravamo stati nel settembre del 1988, con Stefano nel pancione. Ricordo di tregenda traghettistica, con due ore di coda
a Piombino sotto la stecca del sole. L’avevo rivista nel maggio del 2006, quando con il “Cruising Club Svizzero” (CCS) avevo fatto una crociera in barca a vela di una settimana nell’arcipelago
toscano. Mi era piaciuta entrambe le volte, ma il ricordo del traghetto… Quest’anno ho preso il coraggio a due mani, e ho proposto a Rita di tornarci. E’ andata decisamente meglio, anzi, direi
alla perfezione, almeno dal punto di vista del traghetto.
Non sto ad annoiarti con descrizioni antologiche di questa isola che trovo bellissima. Terra di minerali ed escursioni, tra cui la Grande Traversata Elbana (è in carnet), buona parte del suo
territorio è inclusa nel parco dell’arcipelago toscano. L’idea tra l’altro, era di andare a zonzo al mattino, e abbronzarsi al pomeriggio. Povero illuso: temperature dantesche con livelli di
umidità piuttosto elevati ci hanno sconsigliato immediatamente di mettere gli scarponi, pena un colpo di calore di quelli tosti.
L’isola offre diverse chiavi di lettura per una visita: quella turistica in primo luogo, con golfi e callette deliziosi, ma anche grastronomiche, storiche, culturali e minerarie. Alcuni centri
posti “in alto” (il monte più alto, il Capanne, ha una quota di 1′018 metri sul livello del mare) come Marciana, Poggio, Campo, Capoliveri fanno da punto di aggregazione per le località marine.
Nel 2006 avevo visitato unicamente le località a mare (Marciana Marina, la baia della Biodola, Portoferrario e Portoazzurro), così ho proposto a Rita di puntare sull’entroterra.
La prima visita è stata quella al borgo di Portoferrario. Dominano le grandi mura della fortezza dei De’ Medici, che assieme al Giglio avevano in quest’isola uno dei loro bastioni. E su, vicino
al faro, una delle due residenze di Napoleone durante l’esilio di circa 11 mesi. Arrivando la prima vista è quella del porto turistico, con le vecchie case affacciate sullo specchio d’acqua, e
l’abitato che sale gradualmente verso il poggio del faro.

Nel porto, barche di tutti i tipi, dalle piccole a vela per un’uscita di una giornata, ai panfili da trenta metri. Ogni sera, quando ci siamo andati per la passeggiatina (ma che borghesotti…)
quelle a vela me le sono mangiate tutte con gli occhi. L’abitato si sviluppa a strati paralleli, salendo progressivamente. Sotto il sole battente di luglio, percorriamo le stradine.

Ce la prendiamo comoda, e infiliamo il naso in ogni dove. La biblioteca (probabilmente un ex-convento).

Il faro.

Macchie di colore: sono buganvillee, che da noi restano nane, ma che qui vegetano in modo incredibile.

Al culmine, un vecchio quartiere (bisogna pagare per visitarlo) che offre la vista quasi a 360°.

Ed ecco uno dei due musei creati nelle abitazioni di Napoleone.

Terminato in alto, ci riportiamo a livello del mare. Nel viottolo dell’Amore, un’insegna attrae la mia attenzione.

Prendo Rita, passiamo l’androne, e ci ritroviamo in un piccolo angolo di paradiso. Bar sotto il pergolato, mini spiaggia sotto di noi, niente rumori se non la risacca del mare. Unico problema, il
pessimo tempismo: il bar è chiuso (ha orari d’apertura tipo gli uffici).

Se passi di li, vai a berti un caffé o una birra. E’ aperto al pubblico, ne vale veramente la pena. Terminiamo il giro salendo verso i bastioni, ma sono le 13:30, e fa troppo caldo per resistere
all’aperto, così battiamo in ritirata. Prima di giungere all’auto, uno splendore bialbero che mi fa sognare di lunghi viaggi…

Due giorni dopo ci rechiamo alla residenza principale di Napoleone. Si tratta di due edifici, uno adibito allora a zona di ricevimento, con teatro e grandi saloni, e di un secondo, posto più in
alto, che era il domicilio vero e proprio di Napoleone. Il tutto si trova a San Martino, a pochi chilometri da Portoferrario.

Gli inglesi, la prima volta furono molto gentili con Napoleone, e lo mandarono all’Elba, praticamente nel giardino di casa. Vi arrivò nell’aprile del 1814. Le comunicazioni con la Francia erano
veloci da qui (diciamo un due giorni di navigazione, forse meno), e Napo tenne contatti serrati con i suoi amici in patria. Nel marzo del 1815 rientrò, ebbe i suoi 100 giorni, e fu sconfitto
nuovamente. Gli inglesi avevano capito l’antifona, e la seconda volta lo inviarono nell’isola di Sant’Elena, a distanza di sicurezza…
I due edifici sono stati trasformati in museo. Quello sottostante, al momento in cui l’abbiamo visitato, conteneva una galleria dei dipinti di Charlotte Buonaparte, nipote di Napoleone (figlia
del fratello Giuseppe). Le sale si presentano con il tipico stile Impero, asciutto, sobrio e grandioso nello stesso tempo.

Buona parte dell’edifico non è agibile (teatro e altri locali). Personalmente ho trovato un po’ caro il costo del biglietto per quanto presentato, ma tant’è… La ragazza ci sapeva fare, e
diverse delle sue tele e disegni mi sono piaciuti assai (non sono uno specialista d’arte, vado a pelle).

Chiaramente ho dovuto combattere con il riflesso del flash sui vetri delle cornici, ma sto iniziando ad imparare.
Usciti dalla mostra si sale accedendo ad una prima terrazza, che offre già una bella vista verso Portoferraio.

Una seconda serie di scale porta alla residenza. Nella stessa vi è ben poco di Napoleone: la maggior parte dei pezzi esposti sono stati prodotti successivamente, con lo stile Impero, e per questo
inclusi. In tutto vi sono unicamente sette locali, il più grande la sala egizia, che fungeva da sala da pranzo.

Ai muri dipinti di tendaggi “trompe-oïl”. E il letto di Napo: veramente corto, doveva essere proprio piccolino…

Trovi le altre stanze nell’album fotografico. E dalla terrazza, lo sguardo malinconico del terremoto francese, verso il mare.

L’ultima visita l’abbiamo fatta Capolìveri (accento sulla “i”). E’ un bel borgo, una volta sede di minatori che lavoravano in particolare al monte Calamita (un nome, un programma). Tra l’altro,
se guardi le carte nautiche della zona, potrai notare che in prossimità dell’isola d’Elba la declinazione magnetica è abbastanza importante. Tra ematite, pirite, magnetite e materiali vari
di ferro, ce n’è abbastanza per far perdere la bussola a qualsiasi navigante.

Il borgo ha una forma di mezzaluna, e offre la vista su Portoazzurro. Lungo le vie, nei punti strategici, residuati delle miniere, come questi carrelli per il trasporto del materiale.

Ma ci sono anche sonde per il carotaggio, pompe per evacuare l’acqua, e tanto altro. I vicoli sono abbastanza stretti, con le botteghe che si affacciano direttamente sulla via.

Diverse piazzette fanno da centro di aggregazione della vita comunitaria.

Inutile che ti dica che il tutto è piuttosto turisticizzato… Bella la chiesa, sobria, con un organo degno di nota. Diverse statue, e un lavoro su vetro: senza flash, 1.2 secondi di
esposizione, e non è mossa: non ho il Parkinson

E piccola chicca, un museo dell’arte mineraria: due locali con esposti pezzi di forgia per i ricambi dei macchinari, e tele imperniate sul tema del lavoro del minatore. Il tutto in dimensioni
lillipuziane.


Ingresso gratuito… La zona sottostante, degradando verso il mare, è soggetta a edificazione intensiva, e sta perdendo l’unità architettonica ed urbanistica della zona originale. Non proprio un
bello spettacolo. Restano però scorci di mare, e grida di gabbiano, che ti fanno perdere il cuore come a Legolas.

E bevendo una bibita fresca, l’invidia per questa cactacea, che abbiamo a casa anche noi, ma con 20 centimetri di circonferenza.

Clicka qui se vuoi vedere tutte le foto (non che ci sia qualcosa di speciale).
fonte: montagnaticino.over-blog.com » Vai al post originale